venerdì 4 aprile 2014

ll figlio dell'altra di Lorraine Lévy

giovedì 03 aprile 2014 - Andiamo al Cinema


(donni romani)
Joseph ha diciotto anni, vive in Israele, ama suonare la chitarra, portare i capelli come il giovane Dylan ed è in procinto di partire per fare il militare, orgoglioso figlio di un colonnello dell'esercito. Ma durante i controlli medici un'irregolarità sul gruppo sanguigno insospettisce la famiglia, quel ragazzo che hanno cresciuto con amore non è il loro figlio, è stato scambiato all'Ospedale di Haifa la notte in cui è nato, nella confusione seguita ad un bombardamento. Lo sconcerto iniziale si trasforma in orrore per la famiglia di Joseph quando apprendono che il loro vero figlio è stato affidato ad una famiglia di palestinesi che vive nei territori occupati, si chiama Yacine e studia a Parigi per diventare medico. La stessa reazione la avranno i membri della famiglia di Yacine, sconvolti all'idea che il loro figlio sia stato cresciuto da una famiglia ebrea. L'odio atavico fra i due popoli è l'ostacolo principale che i due ragazzi dovranno affrontare, ma non meno devastante è l'impatto emotivo che una notizia del genere porta con sè. I primi impacciati incontri fra le due famiglie - cui non partecipa il fratello maggiore di Yacine che odia visceralmente gli ebrei - sono impacciate, piene di sospetti e pregiudizi, specie da parte dei padri dei due ragazzi, ma Joseph e Yacine con il passare dei mesi scoprono il desiderio di conoscersi, di superare la barriera dell'ostilità e del rancore per sostituirla con la curiosità, con il dialogo, con l'inizio di un percorso che durerà tutta la vita, perchè dovranno imparare a conoscere le loro origini, la loro cultura, i contesti familiari, e con quelli imparare a convivere, compatibilmente con l'educazione ricevuta. Le figure materne sono dolenti, eppure colme di amore per il nuovo figlio, un amore però trattenuto per paura di ferire i sentimenti del ragazzo che hanno cresciuto, un amore senza confini, senza barriere, fisiche e mentali. Barriere fisiche che la regista Levy ci mostra chiaramente nelle scene al check-point, dove quasi quotidianamente a Joseph e Yacine viene chiesto perchè vogliono passare di qua o di là e dove la loro storia diventa una sorta di barzelletta per i militari. Il confronto fra i vari protagonisti brilla di semplicità, di emozione sincera, di smagliante verità, e alza la posta in gioco: non c'è solo Israele e la Palestina, non c'è solo il dramma personale di due famiglie, c'è il confronto eterno fra noi e gli altri, e fra noi e l'immagine di noi stessi all'interno dei confini in cui siamo cresciuti - magnifico il risentimento di Joseph verso l'ottuso rabbino che considera Yacine più ebreo di lui solo perchè "lo è nel sangue" vanificando anni di studi e di impegno - e di incredibile potenza il percorso più ostico di tutti, quello che compie Bilal, il fratello di Yacine, che partendo da un odio sordo e millenario si apre alla conoscenza di chi credeva diverso e lo scopre uguale, con la stessa passione per la musica, per le ragazze, per la vita. Grande metafora questa famiglia allargatissima e imperfetta , grande messaggio di speranza e di apertura, sempre che ci sia il cuore colmo d'amore per comprenderlo e la mente libera da pregiudizi, meta che si può raggiungere solo andando verso l'altro, proprio come fanno Joseph e Yacine, che a piedi, sotto il sole di una spiaggia, o arrampicandosi su una collina, sanno prendere in mano la propria vita e sanno farla diventare un dono prezioso per sè e per coloro che amano.

Nessun commento:

Posta un commento