venerdì 18 aprile 2014

Gigolò per caso di John Turturro

venerdì 18 aprile 2014 - Andiamo al Cinema


(Nino Pell)  
Commedia agrodolce dalle tinte nerorealistiche
Questo film si presenta, a livello di facciata, come una commedia gradevole, ricca di gustose situazioni umoristiche che danno vivacità soprattutto alla prima metà del film e questo soprattutto grazie al personaggio intepretato da Woody Allen. Ma poi lo spettatore attento successivamente si accorge che il senso di questa pellicola è quello di trasmettere un messaggio diretto, cinico e senza vie d'uscita: la solitudine in epoca contemporanea nell'ambito dei rapporti affettivi. Tematica questa ovviamente non affatto nuova in tutti quei film dove compare Allen. Un profondo senso di solitudine, appunto, che i personaggi di questa storia cercano di attenuare tuffandosi in rapporti passeggeri e di tipo veniale. Alla fine sembra che nessuno ne esca vincitore, ma che anzi un pò tutti i personaggi della vicenda sprofondino in una perenne infelicità: chi per timore reverenziale del proprio credo religioso (la protagonista vedova intepretata da Vanessa Paradis che è costretta a rinunciare al vero amore per scegliere forzatamente un uomo della sua stessa dottrina) e chi per il disincanto di una grande storia d'amore e di sentimenti mai concretizzata (appunto, il personaggio Fioravante che nel finale, ritornato solo, preferisce continuare a fare il gigolò). Paradossalmente l'unico che alla fine ci risulta essere come il meno infelice è il sig. Murray (Woody Allen), faccendiere di incontri casuali a pagamento, il quale si ritrova comunque "coccolato" dal grande affetto di una donna di colore e dei suoi quattro figlioletti. Un film che, dunque, solo apparentemente risulterebbe essere una simpatica commedia da passatempo, ma che in realtà la si può senza dubbio classificare come una pellicola dalle tinte neorealistiche, proiettate in questa nostra epoca contemporanea e con un finale, pertanto, senza mezze vie di uscite.  

Da vedere, assolutamente!

Ci sono opere che devi cercare, che devi trovare, che devi vedere, per poi sentirle con il cuore. Capisci così che non puoi mai smettere di sognare. Il sogno è il nutrimento dell'anima, come il cibo è quello del corpo. E’ necessario continuare a sognare, per far vivere ciò che chiamiamo anima.

Guernica, 1937, Picasso, Madrid
Un'opera che nasce dopo un terribile avvenimento, il bombardamento aereo della città omonima durante la guerra civile spagnola. Sarà un crimine passare per Madrid e non raggiungere il museo Reina Sofia per ammirare questo spettacolo. 
Una curiosità: Picasso non permise che il suo dipinto più famoso venisse esposto in Spagna, dichiarando che avrebbe potuto tornarvi solo dopo la fine del franchismo. Venne quindi ospitato per molti anni al Museum of Modern Art di New York e tornò in patria nel 1981.

La Scuola di Atena, 1509-1510, Raffaello Sanzio, Roma
I più celebri filosofi intenti a dialogare tra loro in un immaginario edificio. Lo stupendo affresco dei Musei Vaticani, nella Stanza della Segnatura.

Bal au Moulin de la Galette, 1876, Renoir, Parigi
Un momento della vita parigina in un'atmosfera festosa, dove Renoir sa cogliere la spensieratezza e il gusto della Belle Époque. Si tratta di una festa in un locale allestito in un vecchio mulino nel quartiere di Montmartre. Museo d'Orsay di Parigi.

Le due Frida, 1939, Frida Kahlo, Messico
Sulla tela, la stessa donna, un ritratto della celebre Frida Kahlo che esprime ancora una volta se stessa per mezzo delle sue opere. Frida vs Frida, da un lato una donna in salute dall'altro una che perde sangue, da un lato una donna amata, dall'altra no, da un lato le tradizioni europee, dall'altro quelle messicane. Museo de Arte Moderno, Città del Messico.

I Giocatori di Carte, 1893-1896, Cezanne, Parigi
Due uomini in un'osteria di paese stanno giocando a carte davanti a uno specchio. Quello che colpisce di questa opera è il nuovo modo di comporre immagini, in uno schema geometrizzato. Museo d'Orsay di Parigi.

Il Bacio, 1907, Klimt, Vienna
Dovete passeggiare nel Belvedere di Vienna per ammirare questa incredibile opera di cui almeno un vostro amico ha una stampa a casa.

Le Ninfee, Monet, Fondazione Beyeler, Svizzera
Si tratta di un ciclo di tantissime opere disseminate nei principali Musei del mondo. Opere che descrivono artisticamente il giardino dell'autore, a Giverny. Forse l'esperienza più bella di ammirare uno dei quadri della serie è alla Fondazione Beyeler, a Riehen in Svizzera, dove vivrete una vera e propria esperienza sensoriale, dove lo spettacolo della natura non si ferma al quadro, ma potrete sentirne il rumore e vederne la bellezza dalle grandi vetrate dell'edificio.

Barattoli di zuppa Campbell's, 1962, Warhol, New York
Non poteva mancare l'opera del genio di Andy Warhol esposta tra le pareti del MoMA di New York. La sua arte portava gli scaffali di un supermercato all'interno di un museo o di una mostra, era una provocazione: l'arte doveva essere consumata come un qualsiasi altro prodotto commerciale.

Ragazza con orecchino di perla, 1665, Vermeer, l'Aia
Un volto ammaliante e innocente, che vi rapirà alla prima occhiata, museo Mauritshuis de l'Aia.

Cristo Giallo, 1889, Gauguin, Buffalo
Un ritorno al selvaggio, rompendo con colori realistici per l'opera di Gauguin del 1889 conservata al Museo Albright-Knox a Buffalo. L’opera rappresenta Gesù crocifisso in Bretagna, le donne infatti indossano tipici costumi bretoni e sullo sfondo si notano le case con i tetti aguzzi, tipici della zona.

Notte Stellata, 1889, Van Gogh, New York
Ogni opera di Van Gogh è un'icona, è come una celebrità per chi ama l'arte, ma questo dipinto ha un magnetismo inspiegabile che vi catturerà, forse perchè l'opera è stata dipinta mentre Van Gogh si trovava in manicomio a Saint-Rémy e il suo comportamento era molto imprevedibile. MoMA di New York.

Las Meninas, 1656, Velázquez, Madrid
Il fatto che questa opera abbia influenzato il lavoro dei pittori successivi è solo un esempio della sua importanza e del fascino. E' un dipinto che deve essere scoperto, da vedere e rivedere nella grande sala del Museo del Prado. E' pieno di aneddoti, giochi visivi, disegni e riflessioni.

Nottambuli, 1942, Hopper, Chicago
Un emblematico quadro che ritrae l’America degli anni ’40, il dipinto raffigura un bar che si trova ad un angolo di una città completamente deserta. Nel quadro c'è tensione, irrequietezza, ambiente senz'anima e solitudine, sentimenti che potrete vivere all'Art Institute of Chicago.

L'Urlo, 1893-1910, Munch, Norvegia
È stato dipinto in tre versioni a olio, conservate due presso la Galleria Nazionale di Oslo, e una al Munch Museum. La prima impressione che avrete nel guardare l'opera è di angoscia e irrequietezza, ma anche comprensione ed empatia. Fa parte di una serie di opere denominate il Fregio della Vita, in cui il pittore esplora i temi dell’amore, della paura, della morte, della malinconia e dell’ansia.

La libertà che guida il Popolo, 1830, Delacroix, Louvre-Lens+
Questa opera di Delacroix è più che un simbolo della Francia rivoluzionaria; rappresenta il coraggio e la libertà. Quella donna infatti, altri non è che l'allegoria della libertà, una figura classica, ispirata alla Nike o alle divinità greche, è ritratta in una posa di esortazione. Un classico del romanticismo francese al Museo del Louvre nella sede staccata di Lens.

Nascita di Venere, 1482-1485, Botticelli, Firenze
Uno dei gioelli della galleria degli Uffizi di Firenze. E' l'opera iconica del Rinascimento italiano. Da sempre considerata l'idea perfetta di bellezza femminile nell'arte, una bellezza non corporea, ma che si riferisce a purezza, semplicità e nobiltà d'animo.


3 maggio 1808, 1814, Goya, Madrid
Conservato al Museo del Prado, mette in mostra la dignità di un eroe, fino alla fine. Quando l'anima è incorruttibile. E' impossibile non guardarlo e non provare un senso di un misto di rabbia e di rispetto.

La Gioconda, 1503-1517, Leonardo da Vinci, Parigi
E' forse il ritratto più famoso al mondo. E' un'opera emblematica ed enigmatica, una delle più note in assoluto, oggetto di infiniti omaggi e tributi. Potrete visitarla al Louvre di Parigi.

Le Tre Grazie, 1638, Rubens, Madrid
E' uno dei più sensuali quadri di tutti i tempi che rompe con gli attuali modelli di bellezza e mette in risalto il nudo femminile nell'arte. Museo del Prado di Madrid.

giovedì 17 aprile 2014

Figueres e Il Grande Masturbatore

venerdì 20 agosto 2004 - Sensi e Sensazioni

Di origine romana, anticamente fortezza catalana, il paese vede la nascita e morte di Dalí (1904-1989). Ospita il famoso Museo, tappa fondamentale per immergersi nell’esperienza artistica del grande pittore. Il museo è stato creato su misura dallo stesso Dalì, che acquistò il vecchio teatro di Figueres e lo ristrutturò. Si riconosce da molto lontano grazie alle gigantesche sculture a forma di uova sistemate sul tetto. L’interno è un bizzarro viaggio tra volumi e colori e ospita la più grande collezione di opere dell’artista insieme a fotografie, sculture, mobili e oggettistica. Il pittore catalano è qui sepolto, in una cripta.







Il Grande Masturbatore (1929)
Un’opera da vedere prima di morire (Museo Nacional centro de arte Reina Sofía di Madrid)

E’ una delle più importanti, sconcertante e seduttiva, opere pittoriche di Salvador Dalí. 
In primo piano si vede l'autoritratto dell'artista, che subisce una metamorfosi fino a diventare il busto di una donna e le gambe di un uomo. Una bizzarra commistione tra una testa umana e le rocce della Costa Brava dei dintorni di Cadaques, modellate nelle forme più imprevedibili del mare e del vento.  
Alcuni segni rivelano l'ossessione e la paura di Dalì per il sesso. II motivo centrale e il titolo scelto dall'autore non lasciano dubbi circa le possibili implicazioni sessuali, indicate chiaramente anche dalle figure in alto a destra e dai simboli fallici, quali il pistillo della calla e la lingua oscenamente rosata del leone africano. 
Viene considerato uno dei dipinti più deliranti di Dalì e in esso si riflette il profondissimo disagio che opprimeva in quel momento l'artista, il quale temeva persino di perdere la ragione. 
Descrive inoltre la sua paura di castrazione dettata dal sangue che scorre sulle gambe dell'uomo. 
Le conchiglie, i sassi, un albero, sono tutti elementi che rievocano ricordi infantili mai estinti, insieme alla sua solitudine (l’omino in basso a sinistra) e l’incontro agognato con la donna. L’uovo, si riferisce al periodo intrauterino, alla fase prenatale che simboleggia la speranza e l’amore, in cui l’artista cerca rifugio e rigenerazione. 
Inoltre, la fobia incontrollabile per le cavallette, figure ricorrenti in tutti i suoi dipinti. L'animale ha una forma piuttosto geometrica e “dura” e sta attaccato al capo “molle” che dovrebbe essere la bocca, del tutto assente. E’ in stato avanzato di decomposizione e proprio questo fatto ha attirato le formiche che ormai sono già un mucchietto brulicante. 


Un pazzo è colui che la società definisce tale perché fuori da “schemi” comuni, da canoni preconfezionati e comunemente condivisi, ma un pazzo è anche colui che inneggia alla propria libertà a dispetto di critiche e pregiudizi: "La sola differenza tra me e un uomo pazzo è che io giro indisturbato e guadagno miliardi". Salvator Dalì 


giovedì 10 aprile 2014

Preparazione al Cammino di Santiago

giovedì 10 aprile 2014 - Il mio Cammino


Il Camino Francés è la più importante e famosa strada tra quelle che compongono il cammino di Santiago di Compostela. Inizia a Saint-Jean-Pied-de-Port, versante francese dei Pirenei e raggiunge Santiago de Compostela, in Spagna, dopo aver attraversato le regioni Navarra, La Rioja, Castiglia e León e Galizia, e le città di Pamplona, Logroño, Burgos e León.
Ottocento chilometri che, per tanti motivi, non si possono fare in una sola volta e quindi l’impegno può essere di almeno tre tappe da fare nella vita.

Il mio Cammino: una piccola prova da superare. Il percorrere una strada in compagnia di tutto ciò che uno deve “rivelare, rinfacciare, confrontare” a sè e con sè stesso. Un esame della propria coscienza tra due elementi importanti: la spiritualità come solitudine e riflessione e la storia come segni di arte e passato, meravigliosamente coinvolgenti.

Una piccola impresa, fisicamente e mentalmente impegnativa, col fascino non di una meta da raggiungere, ma del “fare” il cammino stesso.
E ognuno ha il diritto di interpretarlo come crede: nelle motivazioni, nella scelta del percorso, nei tempi di percorrenza, nella quantità di energie da spendere, nel livello di sofferenza da accettare, nelle gratificazioni da ricercare. 
Un tempo si faceva il cammino per salvare l’anima, ora lo si fa per trovarla”.

Con chi intraprendere l’avventura? 
La solitudine insegna, la compagnia arricchisce e avere un amico su cui contare in ogni momento e per ogni evenienza, può essere la soluzione migliore.

Il cammino è fatto per chi va alla ricerca di niente. Tranne la voglia di continuare ad andare
(Jean-Christophe Rufin - Il Cammino Immortale)

Saint-Jean-Pied-de-Port
Roncisvalle 
Larrasoana
Trinidad de Arre
Pamplona
Puente la Reina
Alto del Perdon
Cirauqui 
Estella
Logrono 
Burgos


venerdì 4 aprile 2014

ll figlio dell'altra di Lorraine Lévy

giovedì 03 aprile 2014 - Andiamo al Cinema


(donni romani)
Joseph ha diciotto anni, vive in Israele, ama suonare la chitarra, portare i capelli come il giovane Dylan ed è in procinto di partire per fare il militare, orgoglioso figlio di un colonnello dell'esercito. Ma durante i controlli medici un'irregolarità sul gruppo sanguigno insospettisce la famiglia, quel ragazzo che hanno cresciuto con amore non è il loro figlio, è stato scambiato all'Ospedale di Haifa la notte in cui è nato, nella confusione seguita ad un bombardamento. Lo sconcerto iniziale si trasforma in orrore per la famiglia di Joseph quando apprendono che il loro vero figlio è stato affidato ad una famiglia di palestinesi che vive nei territori occupati, si chiama Yacine e studia a Parigi per diventare medico. La stessa reazione la avranno i membri della famiglia di Yacine, sconvolti all'idea che il loro figlio sia stato cresciuto da una famiglia ebrea. L'odio atavico fra i due popoli è l'ostacolo principale che i due ragazzi dovranno affrontare, ma non meno devastante è l'impatto emotivo che una notizia del genere porta con sè. I primi impacciati incontri fra le due famiglie - cui non partecipa il fratello maggiore di Yacine che odia visceralmente gli ebrei - sono impacciate, piene di sospetti e pregiudizi, specie da parte dei padri dei due ragazzi, ma Joseph e Yacine con il passare dei mesi scoprono il desiderio di conoscersi, di superare la barriera dell'ostilità e del rancore per sostituirla con la curiosità, con il dialogo, con l'inizio di un percorso che durerà tutta la vita, perchè dovranno imparare a conoscere le loro origini, la loro cultura, i contesti familiari, e con quelli imparare a convivere, compatibilmente con l'educazione ricevuta. Le figure materne sono dolenti, eppure colme di amore per il nuovo figlio, un amore però trattenuto per paura di ferire i sentimenti del ragazzo che hanno cresciuto, un amore senza confini, senza barriere, fisiche e mentali. Barriere fisiche che la regista Levy ci mostra chiaramente nelle scene al check-point, dove quasi quotidianamente a Joseph e Yacine viene chiesto perchè vogliono passare di qua o di là e dove la loro storia diventa una sorta di barzelletta per i militari. Il confronto fra i vari protagonisti brilla di semplicità, di emozione sincera, di smagliante verità, e alza la posta in gioco: non c'è solo Israele e la Palestina, non c'è solo il dramma personale di due famiglie, c'è il confronto eterno fra noi e gli altri, e fra noi e l'immagine di noi stessi all'interno dei confini in cui siamo cresciuti - magnifico il risentimento di Joseph verso l'ottuso rabbino che considera Yacine più ebreo di lui solo perchè "lo è nel sangue" vanificando anni di studi e di impegno - e di incredibile potenza il percorso più ostico di tutti, quello che compie Bilal, il fratello di Yacine, che partendo da un odio sordo e millenario si apre alla conoscenza di chi credeva diverso e lo scopre uguale, con la stessa passione per la musica, per le ragazze, per la vita. Grande metafora questa famiglia allargatissima e imperfetta , grande messaggio di speranza e di apertura, sempre che ci sia il cuore colmo d'amore per comprenderlo e la mente libera da pregiudizi, meta che si può raggiungere solo andando verso l'altro, proprio come fanno Joseph e Yacine, che a piedi, sotto il sole di una spiaggia, o arrampicandosi su una collina, sanno prendere in mano la propria vita e sanno farla diventare un dono prezioso per sè e per coloro che amano.

mercoledì 2 aprile 2014

“Il Paese smemorato che ha bisogno di credere” di Alessandro Robecchi

mercoledì 2 aprile 2014 - Pensieri e parole da condividere

Sul divertente paese che non ha memoria si potrebbero scrivere libri, volumi e migliaia di aneddoti. Se solo ce li ricordassimo. Invece, come nei migliori libri horror prevale qui “la mente che cancella”, una specie di ipnosi all’incontrario: anziché addormentarsi e ricordare, si resta svegli e si dimentica. Così si può assistere a spettacoli entusiasmanti come la corsa sfrenata ed entusiasta a ricordare Enrico Berlinguer. Il quale Berlinguer parlava, voleva e lavorava per un’Italia socialista, che se oggi anche solo sottovoce, al bar, di nascosto, uno dicesse una cosa simile (“voglio fare il socialismo”) verrebbe lapidato sul posto, accusato di passatismo, nostalgie, conservatorismo e altre amenità, e arriverebbe forse la polizia. Invece, tutti a vedere il film di Veltroni e uscire coi lucciconi agli occhi: “Ah, quando c’era Berlinguer”. Quando c’era Berlinguer, naturalmente mica lo dicevano in così gran numero, e soprattutto non lo dicevano quelli che vanno alla prima con l’auto blu. 
Se dalle grandi figure del passato, poi, si passa alle parole, la memoria è ancora più corta. Per dirne una, il recentissimo uso, con accezione sarcastica e offensiva del termine “professoroni o presunti tali”, ricorda assai da vicino un classico italiano di tutti i tempi: l’astio del potere nei confronti degli intellettuali. Specie di quelli non allineati. Uno con un po’ di memoria potrebbe riandare al Bettino Craxi che tuonava contro gli “intellettuali dei miei stivali”, o addirittura andare indietro fino al “cultura-me” di mussoliniana memoria, quando chi “disturbava il manovratore” (altra frase ricorrente qui, nel paese senza memoria) non finiva soltanto deriso e insultato.

Insomma, è una sindrome piuttosto grave: più si argomenta e si sentenzia che “le parole sono importanti” e più si usano quelle vecchie, usurate e anche un po’ lordate dalla storia. Ed eccoci ad altre parole dell’oggi e dell’altroieri: gufo, per esempio. Di derivazione sportiva oggi prestato alla politica. Parola parente di un’altra che riecheggia (ed è pure stata usata recentemente): disfattista. Cioè colui che tifa per la sconfitta, intendendo, naturalmente che chi vince o sta vincendo, o prevede di vincere è il buono, e gli altri, tutti cattivi. Cose già viste, ovviamente, poi archiviate e soavemente dimenticate.

Tra queste, oltre al sempiterno uomo della provvidenza, c’è l’eterna questione della fiducia. La radicata credenza popolare per cui se ci credi ci riuscirai, nonostante alcuni milioni di fatti che l’hanno smentita nei secoli, fa ancora breccia. E si sposa con la ben nota teoria dell’ultima spiaggia: o me o il disastro, ritornello preferito di chi governa il paese. Lo diceva Silvio buonanima, lo si disse per Monti, lo si disse per Letta e lo si dice oggi, misticamente immemori. E poi c’è il divertente testacoda del potere en travesti che si finge opposizione. Silvio fece il politico per vent’anni (prima di dedicarsi all’animalismo militante) convincendo tutti che non era un politico.

Oggi abbiamo un premier circondato dall'establishment che tuona contro l’establishment, seguito in gran parte da un elettorato che si scaglia contro quella Costituzione che fino a ieri definiva la “più bella del mondo”. Ecco: la mente (collettiva) che cancella. Con il corollario del consiglio fremente e reiterato: bisogna crederci, crederci, crederci… e vabbè, uno magari ci crede pure, ma fate il favore, quando si passa a “obbedire” e “combattere”, avvertite dieci minuti prima. 

Il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2014

martedì 1 aprile 2014

Ombre della Sera

martedì 1 aprile 2014 - Sensi e Sensazioni

Al museo Guarnacci di Volterra, si può ammirare uno dei reperti più famosi, ricchi di fascino e di mistero, giunti sino a noi dall’altrettanto affascinante e misteriosa civiltà etrusca.
E’ una statuetta bronzea riproducente un fanciullo esile e sproporzionatamente allungato, la cosiddetta “Ombra della Sera”, nome che fu ideato dal poeta Gabriele D‘Annunzio al quale, nel guardarla, venivano alla mente le lunghe ombre del tramonto. Tutti, almeno una volta nella vita, hanno avuto l’occasione di vederla, se non dal vivo almeno in fotografia, perchè niente come l’Ombra della Sera rappresenta meglio la civiltà etrusca e i suoi misteri. 


Era il 1966 quando Renato dei Profeti cantava “Le Ombre della sera” su testi e musica di Lucio Battisti, lato B del più famoso 45 giri “Bambina sola”

Quando avrai paura
Delle ombre della sera
Non restare sola, 
Vieni accanto a me.
Mano nella mano
Passerà la tua paura
E sarai sicura
Ti proteggerò...





Un’interpretazione personale, ispirata alle “Ombre della sera” sul muro della bellissima e incantevole Abbazia di Santa Maria della Pieve.