mercoledì 11 febbraio 2026 - Come la penso
Istria, Fiume e Dalmazia formano un’area che da sempre è zona di confine multietnica, dove convivevano italiani, sloveni, croati, serbi. Con la fine della Prima Guerra Mondiale e il crollo dell’impero austro-ungarico, l’Italia ottiene territori abitati in larga parte da popolazioni slave.
Il problema nasce lì: uno Stato nazionale che governa una realtà non nazionale!
E su questo equilibrio multietnico delicato, si inserisce il fascismo e la violenza di uno Stato che vuole assolutamente e sistematicamente “italianizzare” quei territori. Con l’avvento del fascismo, la politica verso le popolazioni slave diventa apertamente e sanguinosamente repressiva.
Durante il regime di Benito Mussolini, vengono chiuse scuole slovene e croate, cancellate le associazioni, vietato l’uso pubblico delle lingue slave, cambiati forzatamente i cognomi e i toponimi; vengono perseguitati intellettuali, sacerdoti, amministratori locali, usando sistematicamente la violenza squadrista.
E la storiografia lo ammette: nelle aree annesse il fascismo applica una politica di italianizzazione autoritaria e di repressione delle identità slave. Questo crea una frattura profonda e duratura.
Con la seconda guerra mondiale la situazione precipita. Dopo il 1941 l’Italia occupa ampie zone della Jugoslavia e i fascisti compiono efferati crimini contro la popolazione locale. L’esercito tedesco e quello italiano attuano rastrellamenti, fucilazioni di civili, incendi di villaggi, deportazioni in campi di concentramento (famoso quello dell’isola di Arbe o Rab ).
È storia documentata: l’occupazione italiana nei Balcani è brutale e viene vissuta dalle popolazioni locali come un dominio coloniale razzista.
Dopo l’8 settembre 1943 e poi con la fine della guerra nel 1945, il potere cambia mano.
Arrivano i partigiani jugoslavi guidati da Josip Broz detto Tito. Qui avvengono le uccisioni nelle foibe, spesso senza processi e in un clima di vendetta, di resa dei conti, di terrore politico: colpiscono fascisti, collaborazionisti, funzionari del regime, ma anche civili italiani e persone innocenti.
Le orrende foibe sono un crimine, senza attenuanti, ma sono figlie di anni di violenza precedente attuata dal regime fascista.
Le violenze del 1943-45 hanno una doppia natura: quella politica (eliminare i nemici reali o presunti del nuovo potere comunista) e quella nazionale (eliminare la presenza italiana da territori destinati alla Jugoslavia).
Da qui nasce l’esodo giuliano-dalmata che coinvolse centinaia di migliaia di italiani. Un trauma vero, profondo, spesso rimosso per decenni.
Oggi il nodo non è ricordare o no le foibe. Vanno ricordate. Il problema è come!
Raccontarle senza dire cosa è stato il fascismo in quelle terre, senza ricordare i crimini italiani nei Balcani, senza spiegare il contesto di guerra civile e occupazione, significa non guardare la storia, significa fare uso politico della memoria, significa mancare di rispetto alle vittime innocenti e a tanti italiani costretti all’esodo.













