domenica 11 agosto 2013

Germania - Colonia

domenica 11 agosto 2013 - Quattro salti per l'Europa


Anche se una breve visita non basta per arrestare nella memoria interessanti immagini di questa città, è soprattutto il Duomo a focalizzare l'attenzione. La sua costruzione iniziò nel 1248 per ospitare le reliquie dei Re Magi, portate da Milano dall'imperatore Federico Barbarossa. L'architettura si orientò molto su quella della cattedrale di Amiens e con le sue torri cuspidate di ben 157 metri di altezza, la collocano come seconda chiesa più alta della Germania, dopo il Duomo di Ulm e la terza più alta al mondo. Molto probabilmente servì da modello a Antoni Gaudì per la Sagrada Familia a Barcellona.
















Germania - Bonn


domenica 11 agosto 2013 - Quattro salti per l'Europa

Il mio masochismo richiedeva una visita a quella che fu la capitale della Germania Ovest dal 1949 al 1990 e sede del governo tedesco fino al 1998.
Città fondata dai romani, diede i natali a Ludwig van Beethoven. Particolarmente degne di visita sono: la Basilica, situata nel cuore della città, nella quale furono incoronati tutti i re dal 1314 al 1346; la doppia chiesa di Schwarzrheindorf e il castello in stile barocco di Poppelsdorf.










venerdì 9 agosto 2013

“La ‘Perottina’ e le miserie del capitalismo italiano” di Pierfranco Pellizzetti


venerdì 9 agosto 2013 - Pensieri e parole da condividere

Giorni fa Stefano Feltri segnalava il safari in corso di storici marchi simbolo di italianità, finiti nel mirino delle doppiette straniere: da Loro Piana all’Alfa Romeo; contendibili proprio in quanto ridotte a marchi, dunque loghi e labels che mantengono pregio incorporando antiche suggestioni, da manifatture che erano; quando quelle suggestioni traevano origine da prodotti reali.

Il fatto è che nell’Italia della desertificazione produttiva le aziende leader in grado di trainare l’export – i cosiddetti “campioni nazionali” – sono diventate personaggi da romanzo di Italo Calvino: inesistenti o al massimo dimezzati. Visconti e cavalieri che operano in nicchie come l’occhialeria o la calzatura. Questi i campioni con i nostri colori nel torneo mondiale. Dove si vince o si perde a seconda che si sia o meno in grado di mettere in campo beni appetibili.   

Come al tempo del miracolo economico erano tali la Seicento Fiat, la Vespa Piaggio, il Moplen Montedison e la Divisumma Olivetti
Proprio al nome della celebre casa di Ivrea, forse la più innovativa industria della nostra storia, è legata la vicenda di un prodotto che avrebbe potuto esserci e non c’è stato. Qualcosa che comunque presentava tutte le caratteristiche per andare alla conquista del mondo: la fantomatica “Perottina”; il ricordo rimosso di una incommensurabile prova di imbecillità da parte dei presunti “grandi” dell’economia nazionale (battistrada emeriti di tante successive prove di inettitudine).   

Cose’era la Perottina? Tecnicamente si trattava del “Progetto Olivetti Programma 101”, cui era stato dato quel nomignolo affettuoso in quanto il capo del gruppo di ricerca preposto a tale iniziativa era l’ingegner PierGiorgio Perotto (Torino 1930 – Genova 2002). Dalla cui viva voce raccolsi la testimonianza che segue: era nientemeno che il primo prototipo mai realizzato di personal computer; presentato alla fiera di New York del 1965 e venduto nello stesso anno in 44mila esemplari. Visto l’impatto oltremodo positivo di tale prodotto, Roberto Olivetti, che aveva assunto la guida dell’azienda dopo il decesso del padre Adriano avvenuto cinque anni prima, si rese conto che la famiglia non aveva risorse sufficienti per accompagnare da sola un business di tale portata. Per questa ragione invitò a consulto i tre massimi santoni della finanza laica dell’epoca: Vittorio Valletta, presidente di Fiat, Enrico Cuccia, supremo gnomo di Mediobanca, e Bruno Visentini, a quel tempo raccordo tra le imprese e la politica.   

Il Gotha dei padroni del vapore esaminò l’oggetto in questione e poi si chiuse in una sorta di conclave, confabulò a lungo e alla fine emise la sua sentenza: quello strano mix di macchina da scrivere e calcolatore da tavolo non avrebbe potuto diventare un prodotto di successo, né ora né mai; per cui era auspicabile che la Olivetti si concentrasse sul suo core business (l’arredo metallico d’ufficio) lasciando perdere le stranezze. Valletta rincarò la dose dichiarando che “la società è strutturalmente solida, ma sul suo futuro pende la minaccia di essersi inserita nel settore elettronico”.   

Ora sappiamo come sono andate effettivamente le cose. Ma intanto, frustrata nelle sue aspirazioni innovative da giudizi così perentori, l’azienda eporediese cedette alla General Eletric l’intera divisione grandi elaboratori, prototipi compresi. L’unico vantaggio che le derivò dalla vicenda “Perottina” fu il milione di dollari versatole dalla Hewlett Packard come royalties per poter realizzare il proprio computer HP 9100. E al buon Perotto fu riconosciuto parte del premio: un dollaro!   

Me lo raccontava con un sorriso amarissimo. Perché quella non fu soltanto una grande occasione mancata. Fu il calcio d’inizio al generale arretramento del sistema produttivo nazionale dai settori avanzati e ad alta intensità di capitale. Se ora nobili imprese si sono ridotte a marchi virtuali lo si deve al disinvestimento d’allora. Anticamera della deindustrializzazione di un grande Paese manifatturiero.

Il Fatto Quotidiano, 9 Agosto 2013

martedì 6 agosto 2013

“Silvio Berlusconi, the show must go on” di Veronica Gentili


lunedì 5 agosto 2013 - Pensieri e parole da condividere

La temperatura è quella dell’inferno. E, per come me lo immagino io, anche il resto non si discosta poi molto. Cori scomposti e disarmonici di un entusiasmo a gettoni, che ricorda gli applausi a comando dei talk-show, si susseguono disordinati, rischiando quasi di coprire la voce affaticata di un fomentatore di folle che il fomento non ce l’ha più. 

“Inside my heart is breaking/ My make-up may be flaking/ But my smile still stays on” ..il discorso del Cavaliere senza macchia e senza paura sembra contenere un unico messaggio criptato : The show must go on.

Se avesse potuto cantarla, Mister Silvio, la verità l’avrebbe rubata a Freddy Mercury e avrebbe dichiarato la fatica di continuare a presenziare ad una farsa che non prevede la parola ‘fine’. Ma non poteva.  

E così  l’ha delegata alla commozione che l’ha accompagnato dalla prima parola all’ultima : lacrime trattenute di senilità, usura emotiva, esaurimento energetico hanno tradito gli intenti verbali di futuribilità ed irriducibilità con cui ha arringato l’improbabile accozzaglia di umanità che gli sudava davanti. “Io non mollo”, ha detto; “Io devo trovare la volontà per andare avanti”, avrebbe voluto cantare.

C’era una volta un imprenditore di successo che voleva prendersi l’Italia; c’è, adesso, un signore vecchio, colpevole e ridicolo che vorrebbe restituirla ma non può. 

Perche’ quel signore, in soli due decenni, ha creato attorno a sé il vuoto pneumatico, ha svuotato la parola ‘destra’ di qualsiasi significato storico-ideologico, ha creato un buco di dirigenza profondo vent’anni, ed oggi si trova a non avere nessun bastone politico su cui appoggiare la sua vecchiaia, nessun erede che saldi il conto per lui o che almeno gli lasci il tempo di saldarlo, distraendo gli italiani con il numero del fazzoletto.

“Chi di spada ferisce, di spada perisce”: così mentre le nuove generazioni sanguinano ancora a causa dell’acuminata assenza di contenuti con cui sono state cresciute, il Cavaliere rischia di soccombere proprio a causa di quei cartonati di esseri umani che ha allevato all’ombra della disinfestazione politico-ideologica. Che tutti gli esponenti del Popolo della Libertà siano anonimi modelli vestiti dall’insigne stilista di Arcore non e’ un segreto per nessuno: tutto quello che sono in grado di fare è sfilare con dei capi preconfezionati. Di conseguenza è evidente che non potranno disegnarsi da soli la collezione autunno-inverno. 

Per questo Silvio non può mollare, perche’ senza di lui lo show avanti non ci va. 
Del resto però “Chi di Alfano ferisce, di Alfano perisce”.

Il Fatto Quotidiano, 5 agosto 2013

Amsterdam e il Viaggio


martedi 6 agosto 2013 - Sensi e Sensazioni

Bisogna credere nei sogni: mantenerli, coltivarli, condividerli e moltiplicarli. Il viaggio serve a tutto questo (Valter)

I turisti non sanno dove sono stati, i viaggiatori non sanno dove stanno andando (Paul Theroux)

L’opinione comune vede il viaggiatore come un personaggio strano, disposto solo a soffrire e faticare per raggiungere la meta. Niente di più falso!
Scegliere di essere viaggiatore e non turista permette di accrescere non solo la conoscenza di luoghi, persone e modi di vivere, ma anche di prepararsi, di confrontare le proprie idee con tutto ciò che si incontra con i rimandi alla storia, alla geografia e alla cultura che arricchiscono la propria statura umana.

Se il turista decide di visitare Amsterdam, sceglie il viaggio low cost, l’hotel e la visita guidata alla città, il tutto in otto giorni.
Se il viaggiatore decide di visitare Amsterdam, sceglie il percorso più interessante, che toccherà: Bonn, Colonia, Utrecht, Haarlem, Amsterdam, Delft, Anversa, Bruges, Gand, Colmar e Locarno, il tutto in otto giorni.

A quel punto la sfida comincia e il bagaglio di aneddoti che andranno a gonfiare la propria esperienza e ampliare i propri orizzonti e conoscenze è decisamente differente.

Continua...






lunedì 5 agosto 2013

“Pd-Pdl, il cammino è in salita” di Elisabetta Gualmini


lunedì 5 agosto 2013 - Pensieri e parole da condividere

Non c’è nulla di cui stupirsi nella manifestazione di ieri del Popolo della Libertà.  

Il partito si è stretto intorno al leader azzoppato, sulla via dell’esilio, e ha celebrato insieme a lui una liturgia che contiene tutti gli elementi del mito fondativo. Gli slogan, le bandiere, le grida «Silvio Silvio», l’inno nazionale, molto azzurro mescolato al tricolore.  

Un popolo non giovane né immenso (come lo aveva dipinto Gasparri), ma certamente motivato, in una giornata di caldo insopportabile. In cui il curiale Bondi si conferma guerrafondaio e Cicchitto dà del cretino al sindaco di Roma.  

Mancava solo la nave da crociera delle regionali del 2000, che si fermava in ogni porto accolta da bande, majorette, mongolfiere, aerei e autobus-poster con su scritto Forza Italia Uguale Libertà. Ma erano altri tempi. 

Berlusconi ribadisce la sua innocenza e racconta per l’ennesima volta la «sua» storia, che è anche quella del «suo» popolo. Una narrazione che non cambia da 20 anni. Una narrazione che è anche identità. E senza racconto condiviso, non c’è identità. E senza identità non c’è nemmeno il partito.  

Il regime e la vittima. Berlusconi è la vittima di un golpe giudiziario messo a punto da una magistratura irresponsabile. Un gruppuscolo di impiegati che hanno fatto il compitino e si sono messi sotto i tacchi altri poteri dello Stato. La condanna passata in giudicato è l’atto finale di una persecuzione fuori dall’ordinario. Il suo essere vittima tra le vittime delle vessazioni di uno Stato arcigno e soffocante è un nodo centrale dell’ideologia berlusconiana (come ci racconta Orsina ne «Il Berlusconismo nella storia d’Italia»). Le inchieste giudiziarie sono la prova dell’opera di sopraffazione degli apparati pubblici sui cittadini. Nella «convinzione – dice Orsina - che una parte almeno della magistratura, trasformatasi nell’ennesimo clan italiano, corporativo e autoreferenziale, e stretta un’alleanza competitiva col “clan dei comunisti” abbia subordinato regole e istituzioni ai propri intenti particolaristici con lo scopo di far fuori i gruppi rivali».  

I buoni e i cattivi. Berlusconi rispolvera nell’occasione il populismo della discesa in campo. La sovranità appartiene al popolo e non alla magistratura. Un popolo che Berlusconi ama così com’è. Fatto di persone per bene, con la testa sulle spalle, abituate a fare. Senza troppe balle. Tutto il contrario dei professionisti della politica. Le fabbrichette al posto delle parolette. La dedizione al lavoro, continuamente frustrata dalla calunnia continuata senza costrutto dei politicanti. La missione è sempre questa. «Consacrare» la propria vita per diffondere il benessere. E frenare le derive anti-democratiche delle sinistre (al plurale). «Come quando stai partendo per un bel viaggio ma incontri qualcuno che ha bisogno e devi per forza fermarti». Anche dopo una rivoluzione liberale mancata, dopo promesse non mantenute ed elettori che si prosciugano da una elezione all’altra…  

E così, il partito si ritrova. Il popolo (che è rimasto) si galvanizza. D’altro canto al cuore non si comanda (Biancofiore) e il cuore viene prima della poltrona. Non c’è proprio nulla di cui stupirsi nella passione del Pdl per il suo leader. Perché il Pdl è il partito di Berlusconi. E non c’è da stupirsi che i dirigenti abbiano interiorizzato e comunque rilancino la stessa storia del capo-agnello-sacrificale-vittima delle toghe. Irritarsi o chiedere al Pdl di rinnegare Berlusconi non ha molto senso. Sarebbe come si fosse chiesto a un militante del Pci degli Anni 50 di rinnegare il marxismo-leninismo e la funzione guida del Pcus. Quando poi lo fanno i discepoli di Grillo c’è da sorridere. Pensare che le larghe intese e la pacificazione avrebbero cambiato tutto è una ingenuità.  

C’è da chiedersi semmai come facciano narrazioni così diverse della stessa storia, quella fondativa per il Pdl del leader vittima delle sinistre e quella altrettanto ovvia per il Pd dell’evasore fiscale conclamato, a stare insieme, nella stessa maggioranza di Governo, oltre all’esigenza di realizzare obiettivi davvero minimali. O come si possa pensare di mettere in piedi una riforma della giustizia, nel momento esatto in cui Berlusconi è tornato in guerra contro il regime. 
È questo quello che stupisce.  

La Stampa, 5 agosto 2013

domenica 4 agosto 2013

Svolvær e Tonnarelli al salmone


agosto 2010 - Sensi e Sensazioni

Svolvær è un paese di cinquemila abitanti che si affaccia a sud sul Mar di Norvegia e a nord se la fa con le montagne. Ma è anche la porta delle Lofoten e degli immensi scenari che le circondano. Chi si appresta a visitare quelle tanto decantate isole, ha qui un prologo di preparazione per quanto gli verrà offerto e solo sfogliando queste prime pagine potrà capire e gustare con tutti i sensi questo stupendo libro della natura norvegese.










Per una serata calda, un piatto già collaudato che, semplicemente arricchito da un prosecco alla giusta temperatura, farà scattare la ola ai vostri amici (quelli fidati).




Ingredienti per 4 persone
800 gr salmone norvegese possibilmente pescato
400 gr Tonnarelli (spaghetti alla chitarra)
130 gr nocciole
1 cucchiaio di parmigiano
qualche foglia di basilico
2 zucchine
2 carote
1/2 cipolla
olio evo
sale
pepe nero q.b.

Preparazione
Tagliare fine fine la cipolla e farla rosolare con l’olio in una padella antiaderente. Tagliare carote e zucchine a julienne e saltarle insieme per qualche minuto. E’ importante restino ancora croccanti. Preparare un pesto, frullando le nocciole, dopo averle tostate, col basilico, il parmigiano e l’olio a filo. Si deve ottenere un composto cremoso e omogeneo. 
Scottare a parte il salmone tagliato a cubetti abbastanza grossi, per cinque minuti e aggiungerlo alle verdure. Cotta la pasta molto al dente, fatela saltare con tutti gli ingredienti, aggiungendo anche il pesto. Una macinata di pepe nero. 
Dopo due o tre minuti siete pronti per fare la vostra entrata in scena.