giovedì 13 dicembre 2012

Brest e Jacques Prévert


agosto 2009 - Sensi e Sensazioni

Brest è una città portuale francese situata in Bretagna, nel dipartimento del Finistère, sulla costa occidentale. Le principali attrattive che richiedono una visita dedicata sono:  
Il ponte de Recouvrance che domina la zona dell'arsenale e del porto militare. Collega la via principale (rue de Siam) con il quartiere Recouvrance, passando sopra al fiume Penfeld. Fu per molto tempo il ponte sollevabile più grande d'Europa. I 4 piloni laterali in cemento armato sono alti 64 metri e la traversa metallica sollevabile è lunga 88 metri e pesa 525 tonnellate. Ai piedi di questo grande ponte si trova un piccolo ponte flottante: pont Gueydon; a lato, la torre Tanguy costruita forse dagli inglesi durante la loro occupazione del XIV secolo, o precedentemente da Lord Tanguy du Chatel. Il Castello di origini gallo-romane e Oceanopolis uno degli acquari più grandi d'Europa, fondato nel 1990, all'avanguardia per le tecnologie interattive con il pubblico e per i bambini. Sono custodite 7 specie di squali e 13 metri di barriera corallina ricostruita.






Championnat du monde 420




Ricordati Barbara
Pioveva senza sosta quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Serena rapita grondante 
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Come pioveva su Brest
E io ti ho incontrata in rue de Siam...

mercoledì 12 dicembre 2012

“Vinca il migliore” di Massimo Gramellini


mercoledi 12 dicembre 2012 - Pensieri e Parole da condividere

A parte il mondo, cos’altro vorreste che finisse il 21.12.12? Io qualche idea l’avrei: i cacciaballe, i corruttori, i dispregiatori del diritto, i terrorizzati dalla morte che frequentano giovinezze comprabili e mettono fard sulle rughe e capelli arancioni sulla pelata. I populisti che sanno parlare solo alla pancia e hanno l’impudenza di chiamarla cuore. Gli omini di burro che fanno la spola fra il Paese dei gonzi e quello dei balocchi, e se lo spread sale, dicono, chi se ne importa dello spread. I grilli sparlanti che furono comici e adesso affermano senza sorridere: sono così democratico ma così democratico che se qualcuno dei miei ha qualche dubbio in proposito vada pure fuori dalle palle (oh yeah). Vorrei che finissero anche quelli come me, che appena i cacciaballe corruttori dispregiatori terrorizzati populisti ritornano in scena ormai solo come maschere grottesche, gli ringhiano addosso, accampando la scusa che sono ancora pericolosi mentre sono soltanto funzionali al desiderio rassicurante di continuare a parlare e a indignarsi delle stesse cose. Però vorrei che finissero anche quelli tra di voi che hanno ricominciato a parlare indignandosi di Lui, a guardare i programmi dove si parla indignandosi di Lui, a cercare gli articoli dove si parla indignandosi di Lui, salvo indignarsi perché si parla di nuovo troppo di Lui.  

Insomma, vorrei che il 21.12.12 Monti entrasse in politica e sfidasse Bersani, centrodestra europeo contro centrosinistra europeo, una campagna elettorale di progetti e non di insulti dove per una volta alla fine si potesse votare il migliore e non come sempre il meno peggio.  

La Stampa, 12 dicembre 2012

martedì 11 dicembre 2012

Francia - Auxerre


luglio 2006 - Quattro salti per l’Europa

Città tranquilla e a dimensione d’uomo, sulle rive del fiume Yonne, nella splendida regione della Borgogna, offre al visitatore oltre al buon vino (Chablis) e alla buona cucina, un bel centro storico che la rende una meta èiacevole da visitare. 
La parte più interessante della città è quella che si sviluppa nei pressi della centrale Piazza Leclerc, in cui si trova la Torre dell’Orologio, la splendida Cattedrale di St. Etienne e la Chiesa di St. Germain.










“Il partito del suicidio finanziario” di Mario Deaglio


martedi 11 dicembre 2012 - Pensieri e Parole da condividere

Borsa che scende, «spread» che sale. Può sembrare una alchimia finanziaria lontana dalla vita di tutti i giorni, dai bilanci di imprese e famiglie. Purtroppo non è così, come abbiamo sperimentato negli ultimi cinque anni. Forse il modo migliore per rendersi conto dell’importanza di quest’infausta congiunzione consiste nel partire da una constatazione semplice e apparentemente incredibile: mediamente l’Italia deve restituire ai suoi creditori un miliardo di euro al giorno, domeniche escluse, ossia circa 300 miliardi l’anno per i prossimi 6-7 anni.  

Come fa l’Italia a restituire somme così ingenti? Immediatamente prima della scadenza, «rifinanzia» il debito, ossia si fa prestare, con le aste sul debito pubblico, una somma all’incirca pari a quella in scadenza, con questa rimborsa Btp, Cct, Bot e quant’altro, giunti al termine della loro vita. Sono ormai vent’anni che l’Italia fa così e ha gestito tutto sommato in maniera soddisfacente, dal punto di vista finanziario, un debito enorme.  
Grazie all’euro, il mercato ha a lungo attribuito il medesimo rischio al debito sovrano di tutti paesi della nuova moneta, e, per conseguenza, il costo di questo rifinanziamento è stato relativamente moderato.  
In un certo senso ci siamo fatti scudo dei bassi tassi applicati ai tedeschi. 

Dalla metà del 2011 le cosa sono cambiate, sotto la spinta delle crisi greca, irlandese, portoghese e spagnola: i mercati hanno cominciato a guardare dentro alle strutture finanziarie dei paesi debitori. E quello che hanno visto per l’Italia proprio non li ha soddisfatti. Per conseguenza, il rifinanziamento del debito ha cominciato a costarci molto più caro di prima. Si consideri che, per ogni miliardo preso a prestito dallo Stato italiano - e quindi per ogni giorno lavorativo - 100 punti in più di «spread» equivalgono a un costo addizionale di 10 milioni di euro. 500 punti di spread si traducono in un aggravio di circa 50 milioni al giorno, ossia 18 miliardi l’anno: per procurarseli, lo Stato deve tagliare le spese o aumentare le entrate. A luglio 2011 si profilò un’ulteriore complicazione: alle aste si presentarono assai pochi aspiranti compratori, divenne difficile, anche a tassi estremamente elevati, trovare chi, un giorno dopo l’altro, volesse prestar soldi allo Stato italiano. 

Questo è il baratro finanziario in cui l’Italia non è caduta perché è riuscita contemporaneamente a ridurre lo spread e migliorare i propri conti pubblici. La minaccia è però sempre lì, una sorta di infezione in agguato che può attaccare il «sistema nervoso centrale» della finanza pubblica e far precipitare nel caos il paese in poche settimane. 

Di fronte a questa situazione viene sussurrata, ma a voce sempre più alta, da alcune forze politiche l’eventualità di non pagare, di non restituire il debito in scadenza, una sorta di rinascita del «menefreghismo» di marca fascista che, in una canzonetta di quel regime, proponeva precisamente la non restituzione del debito («Albione, la dea della sterlina/ s’ostina vuol sempre lei ragione/ ma Benito Mussolini/ se l’italici destini/ sono in gioco può ripetere così:/ me ne frego non so se ben mi spiego»).  

Il menefreghismo applicato al debito rappresenterebbe il suicidio finanziario, e non solo, del Paese per almeno tre motivi. Il primo - del quale si è avuto un segno premonitore con le forti cadute dei titoli bancari nella giornata di ieri - sarebbe rappresentato dal crollo delle banche, che hanno investito gran parte delle risorse finanziarie a loro disposizione precisamente in titoli del debito pubblico italiano, il cui valore precipiterebbe. Il secondo sarebbe la distruzione della cospicua parte dei risparmi finanziari degli italiani, investita in titoli statali. Il terzo sarebbe l’evidente difficoltà del Paese a trovare all’estero nuovi prestatori, dei quali avrebbe disperato bisogno.  
L’Italia sarebbe costretta a riadottare la lira - o una nuova moneta nazionale - che si svaluterebbe immediatamente nei confronti dell’euro e del dollaro.  

A questo punto, i risparmi non divorati dalla svalutazione del debito pubblico sarebbero distrutti da un’inflazione galoppante in quanto i prezzi dei beni importati andrebbero alle stelle, a cominciare da quelli dei prodotti petroliferi. Certo, le merci italiane ritornerebbero temporaneamente competitive, ma le imprese dovrebbero rapidamente rialzare i prezzi per l’aumento dei costi delle materie prime importate. La messa al bando dall’Unione Europea e la chiusura delle frontiere dei nostri partners alle merci italiane ne sarebbero ulteriori, possibili conseguenze. 

Dietro al baratro finanziario si profilerebbe così un abisso economico-sociale, e quindi anche politico, un’eventualità della quale i cittadini devono prendere coscienza. Il segretario del Pdl, Angelino Alfano ha affermato che il suo partito non vuole «mandare il paese a scatafascio». A scatafascio però sicuramente andrebbe se il suo partito imboccasse la deriva populista, eco sinistra di un menefreghismo lontano e disastroso. Il che, allo stato degli atti, non sembra proprio di poter escludere.

La Stampa, 11 dicembre 2012

domenica 9 dicembre 2012

Francia - Annecy


agosto 2009 - Quattro salti per l’Europa

Comune dell’Alta Savoia ha una superficie di poco più di 13 chilometri quadrati e dà il nome al lago omonimo di origine glaciale che circoscrive, con le sue acque limpide, le montagne della regione alpina.
La fama di lago tra i più puliti e suggestivi del continente lo rende oggetto di visita e di gite in barca lungo i suoi quattordici chilometri di lunghezza.
Annecy colpisce per il suo patrimonio artistico, ha inoltre una lunga storia che fa ipotizzare origini gallo-romane, ma con maggiore certezza si puà affermare che intorno al decimo secolo passò ai conti di Ginevra e nel quindicesimo secolo ai Savoia sino alla seconda metà dell'Ottocento. Di grande interesse sono i monumenti, le chiese, oltre all'incantevole castello.












sabato 8 dicembre 2012

“Politica, ritorno al passato” di Michele Brambilla


sabato 8 dicembre 2012 - Pensieri e Parole da condividere

In una settimana il centro del dibattito politico si è spostato da Matteo Renzi, 37 anni, a Silvio Berlusconi, 76. Il sindaco di Firenze aveva perso le primarie, ma per mesi aveva tenuto l’attenzione di tutti fissa sul cambiamento, sul rinnovamento. Sul futuro. E anche dopo aver dovuto lasciare a Bersani la candidatura a Palazzo Chigi, Renzi continuava a esserci, pur nel suo silenzio, come una presenza che ti impone di voltare pagina, anche per non far regali al fronte dell’antipolitica. Non era solo il quaranta per cento degli elettori del centrosinistra alle primarie - quelli che lo hanno votato - a farci sperare in una novità: lo stesso Bersani, dichiarando di avere il senso della «cosa comune», aveva garantito che avrebbe portato il partito dentro il secondo decennio del Duemila. 


Pochi giorni, e siamo invece risprofondati nel Novecento. Di Renzi non si parla più. L’agenda politica, ma anche ahimè quella dei mercati e della finanza internazionale, sono dettate da un uomo che si era presentato come il «nuovo» diciotto anni fa, quando peraltro aveva già cinquantotto anni, ventuno più del Renzi di oggi. 
Nessuno è così ingenuo da pensare che basti la carta d’identità per garantire un miglioramento della classe dirigente. Anzi, la Bibbia dice che il giovane è stolto e necessita della correzione del bastone. Che l’esperienza porti saggezza, lo abbiamo sperimentato in questi ultimi anni grazie al presidente Napolitano, che in politica ha dato il meglio di sé proprio da ottuagenario. Non avessimo avuto al Quirinale un simile inquilino, chissà dove saremmo finiti. 

Ma il «vecchio» che sta ritornando da un paio di giorni a questa parte è ben di più di una questione anagrafica. È quel brutto film di cui ci illudevamo di aver visto da un pezzo i titoli di coda. I partiti come questioni personali, la rissa come propaganda politica, gli insulti. Anche chi non ha partecipato alle primarie del centrosinistra non può non ammettere che ben diverso era stato il clima dello «scontro» tra Renzi e Bersani. Avevamo sperato di aver imparato qualcosa dagli Stati Uniti, io mi confronto con te sui programmi e se perdo comunque ti do una mano perché siamo tutti sulla barca.  

Come non detto. Torna il clima da guerra civile e quel che è peggio torneremo a discutere di conflitto d’interesse, del ruolo della magistratura (ogni inchiesta o sentenza sarà chiamata, d’ora in poi, «a orologeria»), di pericolo comunista, e così via. Tutte cose di cui l’Italia non ha bisogno. Un anno fa, quando era nato il governo Monti, ci eravamo illusi che questo scenario fosse ormai da consegnare ai libri di storia. Pdl e Pd avevano sospeso le ostilità e tutti eravamo contenti di addormentarci davanti alla televisione quando andava in onda Porta a porta o Ballarò. Sembrava che ciascuno avesse messo da parte i propri interessi e i propri istinti, pur di collaborare con gli ex nemici per il bene del Paese. Pensavamo che il governo Monti, che si reggeva su una tregua fra destra e sinistra, fosse solo il primo momento di una nuova fase che sarebbe continuata dopo la fine della legislatura, con un nuovo esecutivo eletto dal popolo, ma con lo stesso senso di responsabilità. 

Il perché dello sconsolante ritorno al passato cui stiamo assistendo è forse da ricercare più nei meandri della mente umana che in quelli della politica. L’angoscia per il tempo che se ne va, la paura di veder spegnere accanto a sé le luci della ribalta, la convinzione di essere ancora il migliore anzi l’unico, la sete di rivincita... Chissà. Cose che appartengono al mistero della psiche. Ma forse ancora più misteriosa è la poco virile accondiscendenza di chi permette la messa in azione, all’indietro, di questa pericolosa macchina del tempo. Di chi non capisce che, assecondando e sottomettendosi ancora una volta, non rende un buon servigio né a se stessi, né al Paese, né alla propria parte politica, e ultimamente neppure al proprio capo.  

La Stampa, 8 dicembre 2012

venerdì 7 dicembre 2012

“Quelli che non si sottraggono” di Massimo Gramellini


venerdi 6 dicembre 2012 - Pensieri e Parole da condividere

Un anno dopo, l’unica cosa nuova è l’Imu. Sta per saltare anche Monti, un apostrofo grigio fra le parole Silv’Io. Il resto è già tornato come prima: alla Camera, ieri sera, Bossi invitava D’Alema a tastargli il bicipite. E D’Alema, scrive l’agenzia Ansa, «non si sottraeva, compiacendosi con Bossi per la sua forma fisica». Si piacciono, si compiacciono e soprattutto non si sottraggono. Mai. Era prevedibile che la vittoria del buon Bersani alle primarie rosé venisse equivocata dalla Casta. I dinosauri della Seconda Repubblica hanno pensato che la tempesta fosse passata e oggi si affollano a frotte sotto il suo ombrello, per la gioia di Grillo che nelle prossime settimane vedrà di nuovo lievitare i consensi di rabbia. E’ ricomparso pure Berlusconi, l’unico Napoleone per cui dopo Waterloo non arriva mai Sant’Elena. La bolsa rockstar si trascinerà sul palco, steccherà e scenderà rovinosamente fra i fischi, regalando ulteriore zavorra a questo Paese che non riesce a liberarsi del Novecento e a volare leggero verso un altro secolo, cominciato ovunque tranne che qui. 

Mi rivolgo ai lettori diversamente giovani, di qualunque orientamento politico. Noi che siamo maggioranza e decideremo il risultato di tutte le prossime elezioni, facciamo un gesto lungimirante, dando fiducia a una generazione nuova. Non è detto che sia meglio della vecchia, ma in certi momenti della storia umana la carta d’identità diventa discriminante. Per affrontare il domani servono persone che lo sentano come un’occasione e non come una minaccia. Facciamolo per il futuro dei nostri figli. E, dato che a quanto pare vivremo fino a cent’anni, anche per il nostro.

La Stampa, 6 dicembre 2012